La prova della lingua e quando mollo tutto

La prova della lingua la faccio da quando ho letto che si fa, e non è un gesto che mi piace: tocco la saponetta con la punta della lingua, sento se punge e sputo. Non ingoio niente, non assaggio il sapone, non ci giro intorno. Se punge, aspetto qualche giorno e riprovo; se punge ancora, la saponetta va nella spazzatura e non ci penso più. Non ho strumenti per misurare niente e non ho studiato chimica: questa è l’unica cosa che so fare in casa, e la faccio con la testa.

La prova della lingua e quando mollo tutto
Una saponetta appena tagliata tenuta con due dita, accanto al quaderno delle infornate aperto sulla pagina del lotto.

In breve

  • Tocco la punta della lingua sulla saponetta, non ingoio e mi sciacquo subito.
  • Un leggero pizzico su una saponetta giovane può starci: aspetto qualche giorno e riprovo.
  • Se dopo giorni punge ancora, la butto: non la uso, non la regalo, non la tengo per prova.
  • Non ho un pHmetro e non so misurare niente: la lingua è un segnale, non un numero.
  • Le saponette in stagionatura le tengo in alto, fuori dalla portata di chi passa per casa.

Come la faccio, esattamente

La prova la faccio su una saponetta sformata e tagliata, di solito qualche giorno dopo il taglio, quando la superficie è asciutta. Prendo la saponetta, la tengo con due dita e tocco la punta della lingua su una faccia, per un secondo, senza leccare e senza premere. Sento due cose: se c’è un pizzico, e quanto è forte. Poi sputo e mi sciacquo la bocca con acqua, e mi lavo le mani. Non ingoio niente, non passo il dito sulla lingua, non assaggio nessuna schiuma: quello che mi serve è un contatto minimo, non un assaggio.

Il gesto lo faccio una volta per saponetta e non insisto se il primo contatto è già netto. Non lo faccio su una saponetta ancora calda, appena sformata, perché il calore e l’umidità mi confondono e comunque il giudizio va dato a distanza. E non lo faccio mai su un lotto di cui non so i numeri: se il quaderno non ha i grammi e la data, la prova non mi dice niente, perché non saprei cosa cambiare la volta dopo.

Il pizzico che ci può stare

Un leggero pizzico su una saponetta giovane l’ho sempre trovato, e la cosa non mi stupisce: il sapone appena fatto è ancora in cammino, e le settimane di stagionatura servono anche a questo. Io non so spiegare cosa succede nella pasta — non ho studiato chimica e non ho attestati da mostrare — ma so che la differenza tra un pizzico e un pizzico forte si sente, e so che il tempo cambia le cose. Quando il pizzico è leggero, rimetto la saponetta sulla griglia, segno il giorno sul quaderno e riprovo dopo una settimana e poi dopo due.

Il problema è che un po’ non è una misura e nessuno può dirmi qual è il limite del normale. Non avendo strumenti, io mi tengo largo: se ho il minimo dubbio, aspetto ancora. Aspettare non costa niente e un mese in più su una griglia non ha mai rovinato una saponetta delle mie. Quello che costa è l’idea di usarla lo stesso perché mi dispiace buttarla, e con quell’idea ho chiuso da un pezzo.

Quando la butto

C’è una riga e non è una riga complicata: se dopo giorni il pizzico c’è ancora, la saponetta finisce nella spazzatura. Non la uso, non la metto nel cestino del bagno, non la passo a nessuno, non la tengo in un angolo per vedere se cambia. Non la uso nemmeno per i piatti o per le mani con i guanti: non è quello il punto. La butto con la carta del pane e non ci penso più.

Mi è capitato due volte e la seconda non mi ha fatto né rabbia né sorpresa: era un lotto in cui qualcosa non tornava nei numeri, e il quaderno me lo diceva già prima della prova. Da allora, se un conto non mi convince, non verso nemmeno: rimando il lotto e rifaccio i grammi con calma. Una saponetta buttata è una serata di lavoro buttata, e va bene così; una saponetta usata per non sprecare è un’altra cosa, e quella non la faccio.

Perché non la lascio in giro

Le saponette in stagionatura stanno su una griglia in corridoio, in alto, fuori dalla portata delle mani che passano per casa. Non è una precauzione contro i ladri, è una precauzione contro la curiosità: in una casa con una cucina normale entra gente, e a nessuno deve venire in mente di prendere un panetto dal ripiano e mordicchiarlo. Quando ho ospiti, chiudo la porta del corridoio o sposto la griglia, e lo dico prima, non dopo. Non è gentile e non me ne importa.

Non regalo saponette che non ho provato fino in fondo, non le porto a nessuno prima che abbiano finito la stagionatura e non le faccio assaggiare. Su tutto quello che riguarda la pelle, le reazioni e chi può usare una saponetta non dico una parola: non è il mio campo e la persona giusta è un medico o un farmacista. La prova della lingua è l’unica cosa che so fare in casa e vale per me sola, per i miei lotti, con la mia cucina e la mia acqua di Perugia. Non è un consiglio e non è una misura.

Gli errori che ho fatto davvero

  • Ho dato un giudizio su una saponetta sformata il giorno prima, ancora umida: sentivo un pizzico che poi, a tre settimane, non c’era più.
  • Ho leccato la saponetta invece di toccarla con la punta della lingua: ho sentito sapore di sapone per mezz’ora e non ho capito niente di più.
  • Ho provato un lotto di cui non avevo i grammi sul quaderno: il risultato non mi ha detto niente e non sapevo cosa cambiare.
  • Ho tenuto in un angolo una saponetta che pungeva, per vedere se cambiava: dopo due mesi pungeva ancora e l’ho buttata comunque.
  • Ho lasciato la griglia delle saponette in corridoio con la porta aperta durante una cena: da allora sposto il ripiano quando ci sono ospiti.