Guanti, occhiali e maniche lunghe
Prima di aprire il barattolo della soda mi preparo come se dovessi entrare in un cantiere, e non è una posa: guanti, occhiali e maniche lunghe li metto addosso per tutto il tempo, dalla pesa all’ultima spatolata, e li tolgo soltanto quando la pentola è vuota e la liscivia è già dentro la pasta. Fuori da quei minuti la cucina è quella di sempre, con le briciole sul piano e la radio accesa. Dentro, no: non rispondo al telefono, non assaggio niente e non faccio entrare nessuno. La parte più noiosa della faccenda è anche l’unica che non salto mai.
Scheda rapida
La cassetta sul ripiano alto
I guanti, gli occhiali e una vecchia maglia a maniche lunghe stanno in una cassetta di plastica sul ripiano più alto della credenza, accanto al barattolo della soda e lontano da tutto il resto. Non li tengo nel cassetto delle posate, in mezzo agli strofinacci, e non li appoggio mai sul piano della cucina quando ho finito: tornano nella cassetta, che è l’unico posto in cui so di trovarli anche a occhi chiusi.
L’ordine è sempre lo stesso. Apro la finestra, tiro giù la cassetta, mi raccolgo i capelli, mi metto i guanti e solo alla fine gli occhiali. Se mi coprissi dopo aver tirato fuori la soda non servirebbe a niente, perché poi dovrei aprire il barattolo lo stesso con le mani libere; quindi la protezione la indosso prima di toccare qualsiasi cosa. Sono quattro gesti, mi portano via un minuto, e da quando li faccio in quest’ordine non mi è più capitato di accorgermi a metà lavoro di avere le mani nude.
Gli occhiali, la parte che salto più volentieri
Se c’è una cosa che mi dà fastidio di tutta questa storia sono gli occhiali. D’estate, con più di trenta gradi in questa cucina di Perugia e la finestra a nord spalancata, si appannano in dieci secondi e per rivedere la pentola devo aspettare o asciugarli con la maglia. D’inverno, con i sedici gradi che ci sono quando il riscaldamento è basso, mi scivolano sul naso e li rimetto a posto ogni due minuti. Per un po’ ho fatto la furba: guanti sì, occhiali ogni tanto. Sbagliato.
Una sera, mentre versavo la soda nell’acqua e mescolavo piano, qualcosa è saltato fuori dalla caraffa e ha lasciato un segno sul piano a due palmi da me. Non è successo niente di grave e non ho bisogno di raccontarvi altro; mi è bastato capire che lo spazio tra la mia faccia e quella caraffa è molto più corto di quanto pensassi. Da allora gli occhiali li metto sempre e li tengo su, anche quando la cucina sembra un forno e sembro una che sta per saldare qualcosa.
I guanti: quali scelgo e come li tolgo
I guanti da piatti, quelli sottili e gialli, non li uso: con la soda si bucano con niente e quando sono bagnati mi scivolano dalle mani nel momento peggiore. Ho preso un paio di guanti di gomma più spessi, con il polsino lungo, che risalgono oltre il polso e mi coprono anche l’avambraccio quando allungo la mano dentro la pentola per grattare il fondo. Non ho comprato niente di speciale e non saprei dirvi con precisione di che materiale siano: so solo che dopo qualche anno sono ancora interi e che quando li infilo non sento l’aria passare.
Il momento delicato è toglierli. Sembra una sciocchezza, invece è lì che ci si sporca: la parte esterna dei guanti ha toccato la caraffa, la pentola e il bordo del barattolo, e se la afferro con le dita nude mi porto il problema sul palmo. Li sfilo uno alla volta, girandoli al contrario, e li appoggio dentro il lavello prima di toccare qualsiasi altra cosa. Poi mi lavo le mani e solo dopo comincio a rimettere in ordine la cucina.
Maniche lunghe, capelli e anelli
Le maniche le tengo lunghe tutto l’anno, anche a luglio, quando in cucina si passa la mezz’ora peggiore della giornata. La maglia è quella vecchia, con i polsini un po’ larghi e un buco sul gomito che non ho mai cucito: è la maglia del sapone e non torna nell’armadio con le altre. Le mani e i polsi sono la parte che mi interessa coprire più di tutte, perché sono quelli che finiscono dentro e sopra la liscivia senza che io ci pensi.
I capelli li lego, sempre: se mi cade una ciocca sulla faccia mentre mescolo devo fermarmi e rimetterli a posto con le mani sporche, e non voglio arrivare a quel punto. Anelli e bracciali li tolgo prima, non dopo. Non è una questione di eleganza: una volta mi è rimasto un anello al dito, sotto il guanto, e quando l’ho sfilato a fine lavoro c’era dentro un po’ di pasta secca che non si levava più. Da allora li lascio nel portagioie e non ci penso. Ai piedi ho le scarpe chiuse, mai i sandali: l’estate scorsa mi sono detta che tanto non schizza, e mi è bastato pensarci per rimettermi le scarpe.
Quello che resta fuori dalla porta
C’è una regola che non ho scritto da nessuna parte ma che in casa conoscono tutti: mentre tiro fuori la soda, in cucina non entra nessuno. Non è una punizione per gli altri. È che non voglio nessuno alle spalle mentre verso qualcosa che scotta, e non voglio dovermi girare a spiegare cosa sto facendo con una caraffa in mano. Se qualcuno arriva lo stesso, mi fermo con quello che ho davanti, aspetto che esca e poi riprendo: fermarsi costa un minuto, riprendere a metà costa una serata.
Il telefono lo lascio in un’altra stanza, perché una chiamata a metà pesatura mi fa perdere il conto dei grammi e non sempre me ne accorgo. La caraffa della liscivia resta sul tavolo, sempre in vista, e non la sposto per nessun motivo mentre faccio altro. E poi c’è la parte che non è casa mia: su cosa fare se la soda arriva sulla pelle, su irritazioni, su come si usa un sapone addosso a qualcun altro non dico niente e non rispondo. Non è il mio campo e lo lascio a chi lo conosce davvero.
La mia lista di controllo
- Apro la finestra e tiro giù la cassetta della protezione prima di toccare il barattolo.
- Mi raccolgo i capelli e lascio anelli e bracciali fuori dalla cucina.
- Indosso i guanti spessi, con il polsino lungo, e controllo che siano interi.
- Metto gli occhiali e li sistemo, anche se d’estate si appannano subito.
- Tiro giù le maniche fino ai polsi e metto le scarpe chiuse.
- Faccio uscire chiunque dalla cucina e lascio il telefono in un’altra stanza.
- Tolgo i guanti solo a lavoro finito, girandoli al contrario sopra il lavello.
- Se qualcosa non era previsto, mi fermo, chiudo tutto e rimando il lotto.