L’acqua in cui sciolgo la soda
L’acqua è la parte della ricetta a cui ho pensato per ultima, e forse è per questo che mi ha dato più dubbi. Ne serve poca, ma è quella in cui sciolgo la soda, e la soda non è un ingrediente qualunque. A Perugia l’acqua del rubinetto è dura, intorno ai trenta gradi francesi: si vede il calcare sul lavello e sulle pentole. Non so dirvi che effetto abbia sul sapone, perché non ho fatto analisi né confronti seri. Quello che so è la sequenza, e il punto in cui mi fermo.
Scheda rapida
La sequenza: soda nell’acqua, mai il contrario
Questa è la regola che non ho mai infranto, e non per scelta mia: me l’hanno scritta in tanti, e dopo aver sciolto la soda la prima volta ho capito perché. Metto l’acqua in una caraffa di vetro alta, la appoggio sul tavolo e comincio a versare le scaglie di soda un po’ alla volta, mescolando con il cucchiaio di acciaio. La caraffa si scalda da sola, in fretta. Non verso mai l’acqua sopra la soda: non voglio trovarmi davanti a qualcosa che parte da sotto le mie mani senza che io possa controllarla.
Non verso tutta la soda insieme, neppure quando ho fretta. Non uso contenitori stretti, non uso bottiglie, non uso niente che abbia un collo sottile. E non mescolo mai con le dita, nemmeno per un secondo. Guanti e occhiali li ho già addosso quando apro il barattolo: quello è il momento in cui la parte pericolosa del lavoro comincia, e finisce solo quando la liscivia è nella pentola degli oli.
L’acqua dura di Perugia e i miei dubbi
Da quando ho cominciato, l’acqua che uso è quella del rubinetto di casa. Siamo a Perugia, l’acqua è dura, intorno ai trenta gradi francesi: basta guardare il lavello per vederlo, e basta toccare le pentole per sentirlo. Non ho mai fatto analizzare l’acqua né ho un numero preciso per il mio quartiere: mi regolo su quello che vedo, sul calcare e sulla sensazione di acqua pesante che lascia la pelle che tira dopo la doccia.
Il dubbio è questo: con tanta durezza, cosa cambia dentro la pentola? Non lo so. Qualcuno dice che l’acqua dura rende il sapone meno schiumoso, qualcuno dice che non conta niente, e io non ho gli strumenti per decidere chi ha ragione. Non ho fatto prove in doppio, non ho misurato niente, e non voglio scrivere una cosa che non ho visto con i miei occhi. Quindi lo dico com’è: non lo so, e per non sbagliare nei lotti che mi interessano passo all’acqua demineralizzata.
Quando passo all’acqua demineralizzata
L’acqua demineralizzata la compro al supermercato, in tanica, quella che si usa per il ferro da stiro. Costa poco e mi toglie un pensiero: quando voglio provare una ricetta nuova, o quando la saponetta deve venire in un modo preciso, la uso e non ci penso più. Ne tengo sempre una tanica chiusa in dispensa, sotto il ripiano dei barattoli, e la apro solo per il sapone.
Non uso acqua demineralizzata per tutto, però. Se il lotto è una prova veloce, o se sto solo verificando una temperatura nuova, mi va bene il rubinetto: non voglio consumare taniche per niente e non voglio dare l’idea che l’acqua di casa sia sbagliata. Non ho mai fatto un confronto serio tra le due — stesso giorno, stessa ricetta, due pentole — perché in cucina ho una pentola sola del sapone e una bilancia sola. Quindi mi muovo a intuito, e lo scrivo sul quaderno accanto ai lotti che voglio tenere d’occhio.
La temperatura: l’acqua tiepida e il termometro
L’acqua non la scaldo, di solito. La tiro fuori dal rubinetto, la lascio in caraffa un’ora o due, e la uso a temperatura di cucina. D’inverno, con la finestra a nord e sedici gradi in casa, questo vuol dire acqua fredda: la soda ci mette di più a sciogliersi e la caraffa resta appena tiepida. D’estate, con più di trenta gradi, l’acqua è già tiepida da sola e la liscivia scalda molto di più.
Punto il termometro a infrarossi sulla caraffa, senza immergere niente, e aspetto che la liscivia scenda. Non verso la soda sugli oli finché i due recipienti non sono vicini, uno accanto all’altro, intorno ai quarantacinque gradi: dopo la volta in cui ho versato a settanta gradi e la massa è partita da sola, non unisco più niente senza aver misurato due volte. Se la liscivia resta calda troppo a lungo, aspetto: l’acqua non ha fretta, e il lotto può aspettare dieci minuti.
Quello che lascio in sospeso
Su questa storia dell’acqua non ho conclusioni da darvi. Non so se la durezza di Perugia cambi davvero il risultato, non so se il calcare finisca nel sapone, non so se l’acqua demineralizzata mi abbia mai salvato un lotto. Ho solo la mia esperienza di lavaggi fatti e rifatti, e un’abitudine: quando il dubbio mi ferma, passo all’acqua demineralizzata e vado avanti.
Non ho studiato chimica, non ho titoli nel campo della cosmetica e non ho niente da dimostrare su questo punto. Tutta la parte della soda la tratto con la stessa regola di sempre: grammi dal calcolatore e dalla tabella, guanti e occhiali già addosso, la caraffa sempre in vista, e mi fermo al primo dubbio. E su pelle, salute e irritazioni non parlo: se avete una domanda di quel tipo, la persona giusta è un medico o un farmacista.
La mia lista di controllo
- Lascio l’acqua in caraffa un’ora o due prima di usarla.
- Metto la soda nell’acqua, un po’ alla volta, mescolando con il cucchiaio di acciaio.
- Non verso mai l’acqua sopra la soda.
- Non uso contenitori a collo stretto per sciogliere la liscivia.
- Nei lotti da tenere d’occhio passo all’acqua demineralizzata in tanica.
- Misuro la temperatura della liscivia senza immergere il termometro.
- Aspetto che liscivia e olio siano vicini ai quarantacinque gradi.
- Segno sul quaderno quale acqua ho usato per ogni lotto.