Oli essenziali: due grammi e cambia la stanza
Gli oli essenziali li peso sulla stessa bilancia degli oli, in grammi, e li tengo in un cassetto lontano dalla luce. Due grammi in quattrocento di pasta si sentono in tutta la stanza appena apro il coperchio, e non è sempre una cosa piacevole: la prima volta che ho esagerato ho dovuto areare la cucina per una sera intera. Sul profumo che resta, però, non prometto niente: il naso del primo giorno non dice niente, e io giudico dopo sei settimane, quando la saponetta è asciutta.
Scheda rapida
Due grammi, e non gocce contate
Il primo errore che ho fatto con gli oli essenziali è stato contarli a gocce. Ne ho messe una ventina nell’impasto, convinta che fossero poche, e il giorno dopo la cucina sapeva di menta anche con la finestra chiusa. Il guaio è che a occhio non si sa mai quanto olio c’è in una goccia: dipende dalla boccetta, dal contagocce, da quanto è denso quello che c’è dentro. Con la bilancia la domanda sparisce, perché due grammi sono due grammi anche quando sono tre gocce o dieci.
Adesso parto sempre da una dose bassa, due grammi su quattrocento di oli, e al massimo arrivo a quattro. Non vado oltre non perché me lo abbia detto qualcuno, ma perché a quelle dosi l’odore mi sembra già abbondante, e perché gli oli essenziali costano: rovinare un lotto da un chilo per un profumo troppo forte è un peccato. Li peso in una tazzina, uno alla volta, e segno i grammi sul quaderno insieme al nome di quello che ho usato.
La finestra aperta, anche a gennaio
La mia cucina ha una finestra a nord e d’inverno, quando il riscaldamento è basso, ci stanno sui sedici gradi. Non è una cucina calda, e proprio per questo la uso così: quando apro le boccette spalanco la finestra lo stesso e la lascio aperta finché non ho finito di mescolare. Non è una precauzione da manuale, è che l’odore in un ambiente chiuso mi dà fastidio alla testa dopo un quarto d’ora, e da lì in poi non riesco più a giudicare niente.
La cosa che non sapevo, all’inizio, è quanto il naso si abitui. Dopo dieci minuti in cucina con due oli versati nella pasta non sento più nessuno dei due: mi sembra che l’impasto non sappia di niente, e la tentazione è di aggiungerne dell’altro. Non lo faccio più. Ho imparato a uscire, a stare un minuto in corridoio e a rientrare: se il profumo c’è ancora, allora c’è. Se non lo sento, il problema sono io e non la pasta.
Il momento in cui li verso
Li verso al nastro, dopo il colore, quando la pasta è ancora fluida e la spatola la muove senza fatica. Mai prima di frullare, mai a metà degli impulsi. Due motivi, entrambi miei e non letti da nessuna parte: primo, perché in quella fase la pasta si muove molto e il profumo si distribuirebbe a chiazze; secondo, perché certi oli, versati troppo presto, mi hanno addensato la massa in una manciata di secondi, e da lì non si torna indietro.
Quando succede — mi è capitato con un olio, in una ricetta che conoscevo a memoria — non butto niente subito. Metto tutto nello stampo a cucchiaiate, come viene, e accetto che le saponette vengano brutte. La volta che ho provato a rimestare per recuperare la pasta ho solo peggiorato le cose: il panetto è uscito pieno di bolle e con la superficie a grumi. Adesso, se la pasta parte, la mando avanti e la giudico al taglio.
Il profumo del primo giorno non è quello che resta
Il giorno dopo la sformatura le saponette sanno di olio essenziale in modo netto, quasi aggressivo. Dopo due settimane sul ripiano il profumo è già molto più basso. Dopo sei o otto, quando le porto in bagno, è quasi sempre una traccia: si sente la saponetta da vicino, non da tutta la stanza. È normale e non me ne lamento, ma è esattamente il motivo per cui non giudico un profumo il primo giorno.
Sul quaderno ho una riga per lotto con la data e la dose, e accanto scrivo com’era il profumo a una settimana, a un mese e a due. Con il tempo ho capito quali dosi tengono e quali spariscono, sempre con gli stessi oli e sempre con l’acqua di Perugia, che è dura e che non cambio. Non ho una spiegazione da dare: guardo e annoto, e per me basta così.
Quello che non dico
Sugli oli essenziali si leggono molte cose, quasi tutte su quello che farebbero alla pelle, all’umore o alla stanza. Io mi fermo prima: non ho studiato chimica e non ho attestati da mostrare, e quello che scrivo viene da una cucina di Perugia, non da una formazione in materia. Delle mie saponette dico solo cosa sento io e dopo quanto tempo, niente di più.
Sulla parte pericolosa della lavorazione non cambio niente rispetto al solito: la soda la peso con guanti e occhiali già addosso, la dose la ricavo dal calcolatore e dalla tabella, e durante la fase della liscivia non faccio esperimenti. Se una saponetta mi convince poco, il profumo non la salva: la tengo per le mani in cucina o la butto.
La mia lista di controllo
- Tengo le boccette in un cassetto al riparo dalla luce, con il tappo ben chiuso.
- Scelgo al massimo due oli per lotto e li appoggio sul piano prima di iniziare.
- Peso gli oli come al solito, senza contare gli oli essenziali nella dose degli oli.
- Misuro da due a quattro grammi nella tazzina e li segno sul quaderno.
- Apro la finestra e la lascio aperta finché la pasta non è nello stampo.
- Aspetto il nastro, verso il colore, poi l’olio essenziale e giro con la spatola.
- Coperto lo stampo non aggiungo altro e lascio stare la stanza.
- Giudico il profumo a una settimana, a un mese e a due, non il giorno dopo.