Aggiungere i colori, un cucchiaino alla volta
Ho cominciato a colorare il sapone perché mi annoiava averlo sempre dello stesso beige, non perché avessi un progetto. Adesso divido la pasta in due ciotole, ne coloro metà e poi le rimescolo come viene. Le mie sfumature non sono mai uniformi: ci sono righe, ci sono punti più chiari, e a un certo punto ho smesso di pretenderlo. Quello che racconto qui è la sequenza che seguo adesso, un cucchiaino alla volta, e le cose che guardo prima di dire che un colore è andato bene.
In breve
- Il colore lo doso a cucchiaini e lo peso sulla bilancia, mai a occhio: a occhio non mi torna mai uguale due volte.
- Tengo da parte un po’ di pasta bianca e la rimescolo alla fine, così se il colore è troppo carico lo recupero.
- La polvere la sciolgo prima in un cucchiaio d’olio: versata asciutta nella pasta mi lascia puntini che non si sciolgono più.
- Coloro quando vedo il nastro, non prima: con la pasta liquida il colore mi finisce in fondo allo stampo.
- Giudico il colore alla luce della finestra a nord, non sotto la lampada della cucina.
Mezzo cucchiaino per volta
Il primo colore che mi è riuscito è stato l’argilla verde, e non perché avessi scelto bene: era quello che avevo in casa. Ho cominciato con mezzo cucchiaino da caffè, non da tavola, sciolto in un cucchiaio d’olio di oliva, e l’ho versato in una ciotola con dentro meno di metà pasta. Ho mescolato, ho guardato, e ho aggiunto ancora un po’. In un lotto da settecento grammi di pasta, mezzo cucchiaino mi dà un verde pallido, quasi grigio; un cucchiaino pieno dà un verde che si vede bene anche da lontano. Oltre non sono mai andata, perché il verde scuro mi piace meno e perché a quel punto il colore comincia a mangiare la pasta.
Peso il colore sulla bilancia da cucina, che ha un grammo di margine. Non è uno strumento fino, quindi non mi metto a contare i decimi: se la ricetta mi chiede mezzo grammo, peso un grammo e divido a occhio, oppure faccio un lotto più grande. Questa è una delle poche cose in cui accetto l’approssimazione, e la accetto perché il colore non decide se il sapone viene bene o male.
La polvere va sciolta prima
La prima volta ho versato l’argilla asciutta direttamente nella pasta. Risultato: una saponetta piena di puntini verdi, piccoli, duri, che al taglio si vedevano in sezione come granelli di sabbia. Non erano pericolosi e la saponetta l’ho usata lo stesso, ma era brutta da guardare e non sono più riuscita a distribuirli. Da allora la polvere la metto in una tazzina con un cucchiaio d’olio preso dalla pentola — non olio nuovo, così non cambio la ricetta — e mescolo con il manico del cucchiaino finché non diventa una pastella liscia, senza grumi.
Con l’argilla ci vuole un po’ di pazienza, perché tende a stare in fondo e a formare una palla che sembra sciolta e non lo è. Io la schiaccio contro il bordo della tazzina e giro finché la crema non è uniforme; se vedo ancora grumi, aggiungo qualche goccia d’olio e continuo. Quando la pastella è pronta, la verso nella ciotola del colore e mescolo con la spatola, non con le mani. Se un colore mi resta grumoso, non lo verso: lo tengo per una prova e faccio la parte colorata con qualcos’altro.
Il momento giusto è al nastro
Il colore lo aggiungo quando la pasta ha il nastro, cioè quando la scia che cade dall’asta resta un attimo in superficie. Se coloro troppo presto, con la pasta ancora liquida, il colore in polvere tende a scendere e me lo ritrovo ammassato sul fondo dello stampo: la saponetta viene chiara sopra e scura sotto, con una riga netta che non ho voluto. Mi è capitato due volte, la prima con l’argilla e la seconda con una polvere più fine, e in entrambi i casi il panetto era troppo liquido per tenere il colore in sospensione.
C’è anche una questione di temperatura, che qui a Perugia cambia molto tra gennaio e luglio. D’inverno la cucina sta sui sedici gradi e la pasta si addensa in fretta: se aspetto il nastro con calma, arrivo a una massa che si versa male e il colore non si distribuisce più, resta a chiazze spesse. D’estate, con trenta gradi e più, succede il contrario: la pasta resta fluida a lungo e devo aspettare di più prima di colorare. Non ho un numero da dare: guardo la scia e guardo la spatola, e decido lì.
Due ciotole, mai una
Il metodo che uso è sempre lo stesso: divido la pasta in due ciotole, quasi a metà, e la seconda la lascio bianca. Coloro la prima, la mescolo bene, e poi rimetto le due parti nella pentola una dopo l’altra, senza mescolare troppo: se giro cinque volte il colore si impasta tutto insieme e diventa uniforme, se giro due volte mi restano le venature. Le mie sfumature migliori sono nate così, per caso, e non le so rifare uguali. Le mie sfumature non sono mai uniformi e a un certo punto ho smesso di pretenderlo: adesso le foto le faccio al panetto intero, non alla saponetta singola, perché nell’insieme le differenze si vedono come parte del disegno.
Quando la pasta colorata è più densa di quella bianca — succede con le polveri, che assorbono — non aggiungo acqua per pareggiare: aggiungo un cucchiaio della pasta bianca nella ciotola colorata e mescolo. Così le due parti tornano simili senza toccare i numeri della ricetta. Se ho diviso male e mi resta troppa pasta bianca, la uso per l’ultima parte dello stampo, in fondo, nella parte che non si vede.
Quello che non faccio con i colori
Non uso colori di cui non so leggere l’etichetta. Non compro polveri che arrivano senza nome e senza provenienza, non mescolo colori diversi per inventarne uno, non riciclo fondi di cose che ho in casa e che non sono nate per questo. Se un colore non mi convince, non lo butto nella pasta per non sprecare: lo tengo da parte per una prova su un lotto piccolo che uso io. Questa è una regola semplice e mi ha risparmiato diversi panetti.
E poi c’è la parte in cui mi fermo, che con i colori è sempre la stessa: io faccio colore, non faccio altro. Non so niente di pelle, di reazioni, di cosa sia adatto a chi ha una pelle delicata, e non lo dico. Non ho studiato chimica, non ho attestati da mostrare e quello che leggete viene da una cucina di Perugia, non da una formazione in materia. Il colore, per me, è una questione di occhio e di pazienza. Tutto il resto lo lascio a chi lo sa.
Gli errori che ho fatto davvero
- Ho versato l’argilla in polvere direttamente nella pasta e mi è rimasta una saponetta piena di puntini verdi che al taglio si vedevano in sezione.
- Ho colorato con la pasta ancora liquida e il colore mi è finito sul fondo dello stampo: panetto chiaro sopra e scuro sotto, con una riga netta.
- Ho mescolato cinque o sei volte dopo aver riunito le due ciotole e ho perso le venature: il panetto è venuto di un colore solo, piatto.
- Ho aggiunto acqua per ammorbidire la pasta colorata, che era più densa: il conto non tornava più e quel lotto è rimasto morbido per settimane.
- Ho giudicato un colore sotto la lampada della cucina e l’ho trovato perfetto; alla luce del giorno dalla finestra a nord era molto più carico di quanto volessi.